Pittura come Reinvenzione del Reale
Un uomo non arriva mai a dedicarsi all’arte senza motivazioni più o meno valide. Talvolta lo spinge il semplice amore del divertissement, talaltra il bisogno di misurarsi con la propria memoria, altre volte ancora il desiderio di dare spazio espressivo concreto alle proprie riflessioni, talvolta, infine, l’urgenza di inserirsi con personali ricerche e messaggi nel grande mistero delle strutture e delle relazioni fra esseri e cose e per aggiungere la propria voce al coro delle lamentazioni o interrogazioni o razionalizzazioni sui destini dell’uomo e del mondo.
Importante è uscire dal linguaggio comunicativo comune e scegliere il linguaggio “alto” delle immagini, anche per offrire risonanze diverse al nostro confabulare ininterrotto con noi stessi e con gli uomini. Non può passare inosservato all’uomo questo continuo “bisticcio” esistenziale con le cose che ci circondano, con i limiti posti in noi e nella natura, con i nostri dilanianti ostacoli temporali e ideali. Il “negativo” è ogni giorno in agguato, ogni attimo è una perdita e una conquista in rapporto al nostro modo di collocarci dentro il tempo e di saperci costruire o meno le nostre risposte di speranza: declamare ad alta voce il nostro consenso e il nostro dissenso — con un’immagine, un colore, una forma, un suono — è un’esperienza attiva di partecipazione all’esistente, un grido o una preghiera o un’imprecazione rivolta ad una situazione di fatto in cui, non volenti, ci siamo venuti a trovare su questa terra.
Ad Alessandro Casale dev’essere accaduto qualcosa di tutto questo. Il «giuridico» risponde per sua natura ad una dialettica fredda e razionale, inchioda all’apparenza del giusto e dell’ingiusto, pretende disquisizioni sul possibile, tende all’aridità della verità formale. Al Casale uomo evidentemente non poteva essere sufficiente scandire la giornata sul ritmo delle «comparse», delle «memorie», delle «sentenze». Forse il salto nell’ambigua ma drammatica incertezza creativa traeva origine proprio da questa primaria insoddisfazione di base, dalla cosciente presa d’atto che le finalità di vita, gli interventi inediti e vitalistici, i destini più importanti erano diversi dagli ingranaggi di una routine inappagante e, in fondo, estremamente labile ed effimera.
Allora, in questi casi, l’individuo tenta un suo percorso illogico e rischioso, colmo di errori e di incomprensioni, pur di uscire da una situazione obbligata e insopportabile.
Alle sue spalle c’era la cultura e l’affettività di una terra lontana e perduta. Le origini si stavano inaridendo per mancanza di consuetudine con personali esperienze irrorate di fantasia: bisognava recuperare un’identità più congeniale alle speranze, ai sogni, all’intimità più profonda. I primi risultati espressivi furono carenti per motivi tecnici e modalità di autoanalisi: il descrittivismo iniziale fu un ripiego di comodo, le prime statiche figure lo scotto ad un tentativo di dialogo nuovo con gli esseri umani, i paesaggi naturalistici un’ingenuità emotiva.
Ma la solitudine e l’intelligenza hanno operato in questi anni con graduale insistenza: si dovevano mettere a fuoco le tematiche e arricchire emotivamente l’osservazione e la reinvenzione del reale. E anche i sentimenti dovevano farsi urgenti, secchi come il silenzio che li dettava e la ragione che li filtrava. Nascevano lentamente questi paesaggi assolati e disabitati (non certo di ricordi), spaziosi di cieli e di terre come la memoria dell’adolescenza suggeriva, e sospesi alle inquietudini che la vita via via offriva a piene mani.
In queste tele il primo nucleo figurale è rappresentato dai grumi degli sterpi, dei rovi, delle pietre e proprio intorno a questi elementi poveri nasce lo spazio apparentemente monocromo, quasi a commento e a consolazione di quelle forme.
Lo spazio se ne nutre, le accoglie e le distribuisce qua e là come pietre miliari di una vicenda che è esistenziale più che geografica, nata nel silenzio di una storia personale che esigeva ormai epiloghi e spiagge diverse. E l’insistenza intenzionale su un tema particolare, che può apparire limitante e può tradire un’ansia di sicurezza pittorica, è già superata dalla ricerca attuale che tende a dare coerenza stilistica anche ad altri contenuti, a figure, a fiori, a case, coinvolgendo ogni cosa in un fugace lampeggiamento cromatico trasfigurante e sereno.
La sintassi, infatti, è elementare: la collocazione dei rari elementi risponde all’esigenza di distribuire le macchie sopra una tela, con la stessa meticolosa attenzione con cui si collocano gli avvenimenti dentro una nostra faticosa giornata di vita, a parte il gioco degli equilibri, del dosaggio tonale, delle scansioni ritmiche che musicalmente creano il piano e il forte nello spartito pittorico.
E queste macchie tendono ad accendersi e spegnersi come segnali di una sensibilità che è sfiorata di continuo dal flusso quotidiano del vivere che motiva certe scelte di vita, un certo gusto al dipingere, l’insistenza su questa o quella tonalità.
E il colore? Uno strumento per fare “esistere” ciò che non è in natura, un felice abbaglio lirico, forse per recuperare attraverso la mente l’elegia nascosta delle cose e farla divenire forma e linea e sintesi: la malinconia deve pure crearsi il proprio spazio fisico e visibile, adagiarsi su queste desolate pianure a cui invano il pittore offre il punteggiare vivido delle piccole masse colorate e la felicità di una luce marina che pare l’estremo sussulto di una nascosta fiducia terrena.
Mi sembrano queste tele la testimonianza di un discorso in atto, che prelude ad ulteriori sviluppi e maggiori varietà di motivi, ma che è già sofferto e vissuto con la necessità autentica e il giusto vigore espressivo. Si tratterà di allargare i temi entro cui trasferire le urgenze del vivere e dell’esprimersi, investendo della stessa passione ora rivolta al paesaggio alla martiria in modo da far sì che l’emozione si attacchi più vivacemente al significato della realtà.
Si sta realizzando attraverso il lavoro di Casale — una risposta più adeguata — anche se meno pratica e redditizia — alla sottile disperazione della nostra giornata.
DINO CARLESI