Nulla affascina più di ciò che esiste solo come possibilità, ciò di cui non si può predicare con certezza l’esistenza. Sogno e mistero si intrecciano nell’arte, così come nel nostro immaginario, tra visibile e invisibile, per offrire nuovi livelli di interpretazione.
L’inizio del secolo vede Marc Chagall immergersi in un mondo personale e fantastico, dando forma a visioni interiori in cui i colori intensi e le figure fluttuanti rivelano una dimensione poetica e nostalgica. I suoi animali volanti, le case sospese nel cielo e i personaggi distorti sono simboli di un universo interiore, un paesaggio emozionale in cui realtà e immaginazione si fondono in un racconto visivo carico di emozione. Chagall crea un “mondo-onirico” dove ogni elemento è intriso di significato, un microcosmo che invita l’osservatore a esplorare una realtà intima, spirituale.

L’avvento della psicoanalisi da parte di Freud e Jung dona nuovo impulso a questa ricerca. Per Freud, i sogni sono “la via regia per accedere all’inconscio”, un pensiero che ispirerà André Breton nella fondazione del Surrealismo.
Nel 1928, nel suo manifesto Le Surréalisme et la Peinture, Breton definisce l’arte surrealista come un mezzo per accedere a un mondo irrazionale, proponendo il sogno come una realtà superiore, libera da vincoli logici. Il Surrealismo attinge così alle teorie psicologiche e si spinge verso l’esplorazione di dimensioni profonde dell’essere.
Salvador Dalí è tra i protagonisti di questa rivoluzione: le sue opere, come La persistenza della memoria, sono popolati da simboli che, sfidando le leggi della fisica e del tempo, rivelano gli abissi del subconscio. Attraverso immagini meticolose e iperrealiste, Dalí introduce elementi come uova, formiche e figure molli, simboli di ansie e desideri repressi. La sua pittura, un’analisi quasi ossessiva dell’inconscio, vede il sogno come portale verso il mondo collettivo e personale della psiche.

Accanto a lui, René Magritte adotta un approccio differente, presentando un inconscio “ragionato” che destabilizza la realtà con logica fredda e analitica. Nei suoi quadri, l’apparente normalità degli oggetti viene sovvertita per evocare un senso di mistero e assurdità, un modo per interrogare la natura della realtà stessa.
Magritte affermava: “La mente ama l’ignoto. Ama le immagini il cui significato è sconosciuto, poiché il significato della mente stessa è sconosciuto.”, suggerendo che il sogno permette di accedere a livelli più profondi della psiche.

In opere come La condizione umana, gioca con il concetto di percezione e rappresentazione: un cavalletto raffigura un paesaggio che si fonde con il paesaggio reale, evidenziando il confine sottile tra ciò che vediamo e ciò che crediamo di vedere. Il dipinto Ceci n’est pas une pipe (questa non è una pipa) spinge lo spettatore a riflettere sulla differenza tra realtà e immagine raffigurata, giocando con l’idea che il mondo dei sogni e delle rappresentazioni è tanto reale quanto la percezione ordinaria.
Magritte, piuttosto che rappresentare scene oniriche caotiche o estremamente emotive come quelle di Salvador Dalí, preferisce evocare il sogno con una logica fredda e analitica, facendo apparire il familiare come estraneo e l’assurdo come possibile. I suoi soggetti – cieli dentro stanze chiuse, uomini senza volto, pesci che volano – offrono un accesso all’inconscio che è delicato, pieno di suggestioni e profondamente inquietante. Magritte svela il “sogno” come un piano parallelo alla realtà quotidiana, un luogo in cui ogni immagine può assumere significati molteplici e profondi, ribaltando la nostra comprensione del mondo visibile e invitandoci a riflettere sui limiti della percezione: “La realtà non è mai come la si vede: la verità è soprattutto immaginazione.”
In Joan Miró, il sogno si trasforma in un linguaggio simbolico e fiabesco, popolato da figure geometriche dai colori accesi e dalle forme elementari. Altri surrealisti, come Paul Delvaux e Yves Tanguy, esplorano il territorio dell’inconscio con una poetica altrettanto visionaria, spingendosi verso rappresentazioni che, come teorizzava Breton, sono “al di fuori di ogni controllo cosciente”. In questo automatismo psichico, l’arte diventa il tramite per esprimere pensieri e impulsi profondi, liberi dalle barriere della ragione.
Nel secondo dopoguerra, l’Espressionismo Astratto americano riprese l’eredità surrealista, spostando il focus sul gesto artistico come mezzo di espressione dell’inconscio.
Jackson Pollock, con la sua tecnica del dripping, trasforma la tela in uno specchio dell’anima, in cui il caos della sua psiche si materializza in composizioni astratte e frammentate. Nella celebre frase “La pittura è una scoperta del sé”, Pollock esprime la sua concezione della pittura come viaggio interiore, come trance creativa, quasi sciamanica, che svela le pulsioni e i “demoni” nascosti dell’inconscio.

Le opere di Pollock, come Number 27 (1950), incarnano questo approccio con un caos senza centro né forma predefinita, dove il gesto e il colore si amalgamano in una danza rituale sul pavimento, trasformando il dipinto in un’estensione della sua psiche. Come scrisse Palma Bucarelli, la pittura di Pollock diventa “l’immagine di quel gesto e del suo potere emotivo”, una rappresentazione visiva dei moti interiori, del caos e dell’energia primordiale che abitano l’essere umano.
Nelle opere di Casale, come Rovi, la presenza dell’inconscio è più sottile e sembra essere mediata da una sensibilità naturalistica. Mentre Pollock sradica ogni forma per affidarsi interamente all’impulso, qui le forme emergono e si dissolvono con delicatezza, suggerendo una relazione più armonica con la natura e con il proprio io interiore. La tecnica usata da Casale potrebbe sembrare meno radicale, ma alla base vi è un intento simile: non rappresentare oggetti, bensì processi, emozioni e stati d’animo. Le pennellate e le macchie di colore si intrecciano, trasmettono una sensazione di immersione, come se l’osservatore fosse invitato a perdersi in un paesaggio mentale.
Casale attinge all’inconscio in modo meno ossessivo e quasi contemplativo: i suoi dipinti invitano a una riflessione silenziosa, al dialogo interiore in una sorta di religioso raccoglimento e a un viaggio che è più esplorativo che frenetico, come se cercasse di ricreare una connessione primordiale con l’ambiente. Le linee sinuose e le forme organiche richiamano la flora e i cicli della natura, un giardino interiore dove il sé si manifesta in maniera più sottile e pacifica, trasmettendo un senso di continuità.
In opere come Migrazioni, 2010, Casale fa proprie le suggestioni di Miró e Klee, evocando una dimensione sospesa e senza tempo, in cui forme organiche e colori intensi alludono a una pluralità di mondi interiori. Casale si ricollega così al linguaggio simbolico dell’inconscio, aprendo a una riflessione sull’essenza stessa dell’esperienza umana, “al di là del visibile”, come amava dire Breton.

Da Chagall a Casale, la rappresentazione dell’inconscio si evolve in un dialogo costante tra l’interiore e l’esteriore, dando forma all’immateriale. In questa esplorazione, l’arte si fa portavoce di mondi nascosti, invitando a riflettere sui limiti della percezione e sull’enigma dell’esistenza. Attraverso il sogno e l’immaginazione, il Novecento ha aperto una finestra sull’indicibile, svelando un linguaggio che, nell’incontro tra sogno e realtà, continua a parlare alle nostre profondità più nascoste.
Sitografia
Fig. 1 https://www.gagarin-magazine.it/
Fig 2. https://www.analisidellopera.it/
Fig. 3 https://barbarainwonderlart.com/la-condizione-umana-di-rene-magritte/
Fig 4. https://www.ansa.it/canale_lifestyle/notizie/tempo_libero/2018/10/09/pollock-perche-number-27-e-un-capolavoro-di-espressionismo-astratto_287ce69c-8a3c-49fb-a459-c9a74c4ca0aa.html