Alessandro Casale: lirismo, malinconia, solitudine

La pittura di Alessandro Casale ha tutte le caratteristiche che non piacciono a quelli che hanno del paesaggio un’idea superficiale e pittoresca, fatta di facili suggestioni e di piacevoli scorci. E questo, tanto per cominciare è un merito non da poco. Significa, infatti, che il suo obiettivo non è di descrivere la realtà esterna a cui eventualmente fa riferimento, ma di trasmettere attraverso le immagini che dipinge una dimensione di più raffinata e profonda sensibilità spirituale, una sua personale visione del mondo direttamente comprensibile, ma portata ad un alto grado di meditata sintesi compositiva. Giustamente, i critici che si sono occupati del suo lavoro, hanno parlato di “paesaggi dell’anima”, di “pittura di elaborazione immaginativa più che di trasfigurazione figurale del dato naturalistico, al quale tuttavia egli non ha mai completamente rinunciato”. Così scrive Nicola Micieli nell’approfondito testo della monografia sull’artista del 1984, precisando che le sue opere migliori “sono quelle che sul discrimine dell’ambiguità disvelano gli stati transitori dalla forma all’informe, dall’emergenza timbrica d’un colore o di un grumo di materia alla tonalità diffusa d’atmosfera, dall’immagine rivelata e manifestata a quella suggerita e intuitivamente ricomponibile da ciascuno sulla traccia d’una personale visione, essendo in tale indeterminatezza l’analogo pittorico del paesaggio dell’anima cui in realtà il pittore si ispira”. Ho fatto questa lunga citazione essendo d’accordo con questa lettura critica. Ma credo sia importante approfondire l’analisi del rapporto molto stretto tra contenuto e forma, per mostrare come quest’ultima, nelle sue specifiche articolazioni linguistiche, sia perfettamente adeguata al primo. E quando il contenuto coincide col senso della forma, si può parlare di autentica visione poetica in pittura. L’aspetto più singolare e interessante di questi paesaggi, in particolare quelli dipinti negli ultimi anni, è il tendenziale annullamento, o quantomeno la riduzione del senso spaziale tridimensionale, determinato dall’elevamento della linea dell’orizzonte, e da un voluto appiattimento dei rilievi del terreno. Quando si tratta di montagne o colline vediamo che la superficie è trattata con campiture cromatiche piatte e accordi tonali pochissimo contrastati. In “Cima innevata” (1994), una leggera traccia bianca in alto segnala con lirica semplicità la lontananza e carica di suggestiva espressività il gioco ben studiato delle pezzature marroni, ocra, verdi, e azzurre spente, del paesaggio desolato. Questo quadro ha senza dubbio forti valenze simboliche, proponendosi anche come metafora di una condizione di solitudine esistenziale, caratterizzata forse da una aspirazione alla purezza incontaminata, sempre irraggiungibile. Nei numerosi paesaggi, o meglio marine, in cui le distese di sabbia diventano protagoniste, Casale arriva quasi a far coincidere il territorio rappresentato con la bidimensionalità della superficie della tela. E così viene enfatizzata la realtà fisica della pittura, lo spessore delle sue stesure, le tracce del pennello, le macchie di colore e la particolare luminosità molto attenuata e senza evidenti effetti naturalistici. In questo senso, la “piattezza” diventa una caratteristica tipica dello spazio figurativo di Casale. Ma non si tratta affatto di una piattezza passiva e amorfa, al contrario, può diventare una scena brulicante di elementi variegati. Nel caso di “Spiaggia libera” (1999) una grande tela orizzontale diventa un luogo solitario pieno di tracce segniche non precisamente identificabili: arbusti secchi, piccole dune, e probabilmente rifiuti, sacchetti di plastica, cartacce lasciate da bagnanti o trasportate dalle onde di una mareggiata. La sottile striscia azzurro-grigia del mare sullo sfondo rafforza il senso generale di desolazione. In “Dopo la mareggiata” (1998), una spiaggia analoga si carica invece di “segni” organici: si tratta di un pullulare di granchi, vivi o morti non si sa. E’ interessante notare, a proposito di questo quadro e di altri come “Il raduno” (1998), “Insetti in volo” (1999) o “Nel giardino” (1998) come organismi piccoli e privi di evidenziazione individuale, diventino una tessitura articolata, diffusa, piena di tensioni disordinate, che dà vita espressiva all’organismo della pittura. In altri termini si assiste a una fantastica metamorfosi di esseri viventi in un intrico labirintico di microstrutture pittoriche e viceversa. Non a caso Casale ha dipinto anche in questo periodo una serie di tele intitolate “Metamorfosi”. E questa attenzione per un processo di trasformazione radicale determina addirittura l’invenzione di esseri fluttuanti nell’aria: non solo insetti volanti, ma anche, ad un livello superiore di sublimazione immaginativa degli “Angeli che giocano” (1999). In un’opera come questa la pittura assume toni chiari, e forme senza peso, guizzanti e alate, sospese sulla superficie della tela. Un altro tema molto suggestivo, affrontato dal pittore in varie composizioni, è quello di gruppi di zingari, simbolo dell’umanità nomade, rappresentati anch’essi su distese di sabbia, nella loro solitaria e melancolica esistenza, fuori dallo spazio e dal tempo della nostra caotica e nevrotica società. Sono immagini che fanno riflettere su un sogno di libertà impossibile, sul dramma di una popolazione ormai abbandonata a se stessa. Francesco Poli Torino 5- 08- 2000